Le schiave sessuali dell’Isis: storie di orrore da Miss Doll in Sesso e Dintorni

Le schiave sessuali dell’Isis: storie di orrore

Donne vendute come oggetti sessuali

Un “mercato” di donne vendute come schiave per poche manciate di dollari, a soldati che intendono sfruttarle come oggetti sessuali, sembra un’immagine appartenente al passato. Eppure, non è necessario tornare ai tempi dell’antica Roma per assistere a questo fenomeno: prima della resa di Baghouz, ultimo baluardo dell’Isis in Siria, la vendita delle prigioniere di guerra come schiave sessuali era tutt’altro che poco comune. A Mosul, roccaforte dello Stato islamico dal 2014 al 2017, sono stati trovati persino libri ed opuscoli che insegnavano ai militanti come stuprare le prigioniere, anche quelle minorenni.

D’altronde, secondo gli estremisti islamici il Corano prevede che le prigioniere di guerra siano proprietà dei conquistatori. Alcuni versetti, infatti, recitano: “Invero prospereranno i credenti [...] che si mantengono casti, eccetto con le loro spose e con le schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli…” (Cor. 23,1-6).

Però, l’Isis sembra aver scordato completamente che in un altro passaggio del testo sacro si legge: “Per brama dei beni di questa vita, non costringete a prostituirsi le vostre schiave che vogliono rimanere caste” (Cor. 24, 33).

 

Chi erano le “schiave del sesso”

 

Prima della sconfitta dello Stato islamico, le schiave sessuali degli estremisti erano perlopiù donne yazide, appartenenti quindi ad una minoranza di lingua curda e religione yazida.

Infatti, nell’agosto 2014 l’Isis aveva conquistato Sinjar, un piccolo centro del Kurdistan iracheno che costituiva la culla di questa cultura.

Gli uomini yazidi furono sterminati perché “adoratori del diavolo”, cioè non musulmani. I bambini maschi venivano strappati alle loro famiglie per avviarli alla carriera di combattenti dell’Isis, mentre le donne e le bambine dai 9 anni in su finivano nel “mercato delle schiave”.

Nel 2015 Zainab Bangura, importante funzionaria dell’ONU, ha riconosciuto la validità di un listino prezzi ufficiale delle schiave sessuali. Leggerlo fa impressione: le donne adulte tra i 20 e i 50 anni costavano l’equivalente in dinar, la moneta locale, di 35-72 euro, mentre per una ragazzina dai 10 ai 20 anni bisognava essere disposti a sborsare 140 euro e per una bambina tra 1 e 9 anni circa 150 euro.

 

La tratta delle schiave nell’era di Internet

Ma quel che è peggio è che la vendita delle prigioniere di guerra, per quanto possa sembrare un concetto arcaico, si svolgeva con l’aiuto del Web.

Su piccoli gruppi di Whatsapp e Telegram, i militanti del califfato potevano scegliere tra le varie schiave disponibili visionando le loro foto.

Entrambi i sistemi di messaggistica utilizzano sistemi di crittografia che hanno impedito agli sviluppatori di risalire ai diretti responsabili di questa disumana tratta di schiave.

Facebook, invece, nel giro di poche ore ha cancellato il profilo di Abu Assad Almani, un militante dell’Isis di origine tedesca che aveva tentato di vendere due schiave a 8.000$ sulla piattaforma social.

I proventi delle vendite servivano a rimpinguare le casse dello Stato islamico, sempre più magre a causa dei bombardamenti alle raffinerie di petrolio da parte della Russia e della coalizione.

 

Dopo la sconfitta dell’Isis

 

Lo scorso aprile, il Supremo Consiglio Spirituale Yazida ha invitato le famiglie ad accogliere nuovamente le ex schiave sessuali dell’ISIS, ma con una clausola importante: i figli nati dagli stupri con i jihadisti non saranno ammessi come membri della comunità. Ha chiarito, infatti, che può considerato yazida solo chi nasce da due genitori appartenenti alla comunità.

Non tutti gli uomini yazidi, però, sono disposti a riabbracciare le loro mogli e figlie stuprate dagli estremisti islamici: la loro cultura conservativa e tradizionalista potrebbe spingerli addirittura al delitto d’onore nei confronti delle donne diventate “impure”.

L’incubo, perciò, non è ancora finito per le sopravvissute. Ma la questione non è solo di tipo religioso: la legge dell’Iraq considera i figli delle schiave dell’Isis musulmani, e può impedire loro di oltrepassare la frontiera.

Ai confini tra la Siria ed il territorio curdo, quindi, molte di loro hanno già dovuto scegliere se rimanere con i loro bambini nella terra in cui hanno subito tanti orrori, oppure se tornare a casa dalle loro famiglie, ma da sole. Senza nemmeno sapere quale destino sarà riservato ai figli.

Per fortuna, associazioni come Wadi si stanno impegnando attivamente per aiutare queste donne già traumatizzate a rimanere insieme ai loro bambini.

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